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ISTAT: la FLC CGIL chiede un confronto con la ministra Madia

Dopo la nomina del nuovo presidente, è il momento di trovare una soluzione ai problemi più urgenti

07/07/2014
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Con una nota di Domenico Pantaleo, segretario generale della FLC CGIL, si riepilogano le questioni più urgenti da affrontare riguardo l'Istat. Si chiede inoltre un incontro con le organizzazioni sindacali e si comunica la disponibilità a un tavolo di lavoro congiunto con i nuovi vertici dell'Istat.

Innanzitutto va affrontato il tema della governance dell'ente. L'ultimo riordino normato dal DPR 166/2010, fortemente voluto dall'ex presidente Enrico Giovannini, ha introdotto delle criticità che sono apparse piuttosto evidenti già nel 2010 ad una prima lettura del testo, e che oggi portano conseguenze evidenti a tutti. Il DPR 166/2010 ha aperto le porte dell’Istat ad un consistente contingente di Dirigenti Amministrativi provenienti dai ministeri, prevalentemente da quello dell’economia, e quindi la previsione dell’esclusività del ruolo di Dirigente amministrativo di II fascia per ricoprire incarichi dirigenziali in seno 
alla direzione amministrativa dell’Ente. Con il riordino si è dunque generato un rapporto di anomala coabitazione tra la figura del tecnologo e la dirigenza pubblica ai sensi del DLgs 165/01, espressione di un altro mondo contrattuale rispetto a quello della ricerca.

Il DPR 166/2010 colloca poi la maggior parte delle funzioni politiche e gestionali in capo al Presidente dell’Istat, che diviene il garante quasi unico dell’autonomia, dell’indipendenza e della trasparenza dell’Ente. Si tratta di una torsione a nostro avviso impropria dell’equilibrio dei poteri tracciato nella legge costitutiva del Sistema statistico nazionale (DLgs 322/1989), nella quale al Presidente era assegnato il potere di indirizzo politico e che dopo il riordino assume poteri di decisione e gestione diretta. Va operata una nuova armonizzazione del modello di governance, a partire dall’introduzione di un collegio scientifico elettivo (ai sensi degli artt. 12, comma 2 e 3 del CCNL della Ricerca 2006-2009). 

La questione di più grande urgenza resta però quella relativa al censimento permanente. Il “Decreto Crescita 2.0” (DL 179 del 18 ottobre del 2012 convertito con legge n. 221 del 17 dicembre 2012), annunciava, all'articolo 3, l'implementazione del “censimento permanente”. Dopo oltre un anno e mezzo, il DPCM attuativo del Decreto Legge 179 non è stato ancora emanato, ma sappiamo essere alle fasi preliminari del passaggio in Consiglio dei ministri. L’arrivo di un presidente con pieni poteri dovrebbe risolvere il problema di un'interlocuzione discontinua da parte dell'Istat, che attualmente vede peraltro un interim anche nella figura del capo dipartimento dei censimenti. 
Successivamente alla fase di sperimentazione, che dovrebbe riguardare i primi due anni, è previsto l'avvio di un primo ciclo dell'indagine censuaria, fino al 2021. Questa attività sarà possibile solo, da una parte, grazie all'utilizzo delle risorse ad oggi impiegate con contratto a termine all'Istat; dall'altra è necessario che governo e parlamento deliberino l’erogazione dei necessari finanziamenti che, come già rilevato, porteranno a un notevole risparmio rispetto a quanto previsto per un tradizionale censimento decennale. La legge di indizione del censimento permanente è quindi l'occasione che crediamo vada colta nei giusti tempi per permettere all'Istat una programmazione delle attività dei prossimi anni tale da aumentare l'efficienza e la tempestività del dato fornito alla collettività, al contempo attuando un risparmio nelle risorse utilizzate. Ulteriori ritardi metterebbero a rischio la programmazione che ha l’obiettivo di arrivare al 2021 senza dover svolgere il “prossimo” censimento decennale. 
Al contempo la legge potrebbe sanare la contraddizione tra un censimento che diventa continuo e i suoi lavoratori che rimangono con un contratto a termine. All'Istat sono infatti presenti 376 unità di personale con contratto a tempo determinato che hanno superato una regolare procedura concorsuale per essere assunti.

Con le scarse risorse a disposizione sul turnover, l'Istat si troverebbe quindi nei prossimi anni a poter attuare un numero ridotto di assunzioni, fra le quali una parte rilevante attraverso un concorso che riteniamo obsoleto. Ma anche ottimizzando i percorsi assunzionali, l'Istat non potrà assolvere al fabbisogno informativo programmato con le assunzioni possibili in ragione dei vincoli attuali. Soprattutto l’assenza di una prospettiva di stabilità per il personale precario che “rappresenta” in termini di conoscenze e lavoro quotidiano il censimento permanente, è l’elemento che più mette a rischio il progetto censuario. Dunque è dirimente che la legge sui censimenti sia l'occasione anche per intervenire su questo punto. 

Occorre inoltre prevedere la possibilità che le risorse eventualmente risparmiate con politiche di razionalizzazione della spesa possano essere investite a pieno nello sviluppo di progetti innovativi, consentendone l’impiego per la stabilizzazione dei precari e per i processi di valorizzazione professionale utili alla gestione del necessario know how. Questa misura ovviamente non può da sola risolvere i problemi enormi dovuti al definanziamento e al blocco dei contratti, può però rappresentare un segnale di attenzione verso il sistema della ricerca di questo Paese. 

Tra gli effetti problematici dovuti al riordino contenuto nel Dpr 166/10 riteniamo infine ci sia anche la presenza, del tutto incongrua, della Scuola superiore di statistica e di Analisi sociali ed Economiche (SAES) nell’elenco delle scuole da accorpare alla Scuola superiore della pubblica amministrazione. La Scuola dell’Istat nasce infatti con il riordino dell’Istat del 2010, “senza oneri aggiuntivi per lo Stato” ed in effetti osservando la serie storica dei bilanci Istat prima e dopo la nascita della SAES non emerge traccia di capitoli di spesa specifici, mentre il capitolo del bilancio relativo alla formazione si è sostanzialmente dimezzato, a causa dei ben noti vincoli introdotti dal legislatore. Quindi benché in questi anni, grazie al lavoro caparbio dei ricercatori e tecnologi dell’Istituto, siano stati messi in campo alcuni progetti formativi di grande rilievo, la Scuola non ha avuto a disposizione risorse aggiuntive, a meno di non considerare come tale la spesa per la retribuzione del dirigente. Non sarà dunque possibile destinare in questo caso, come previsto dal DL 90/2014, alcuna risorsa alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e attuare un risparmio per lo Stato. Resta peraltro il problema di capire se è possibile conciliare i contenuti del DL 90/2014 con l’autonomia e l’indipendenza che anche in questo campo la normativa europea riconosce alla statistica pubblica, e permane la necessità, a nostro avviso fondamentale, di valorizzare l’attività formativa fin qui svolta dai lavoratori dell’Istat. 

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